Zucchero: chiarezza!

Zucchero: chiarezza!

Sì. il cervello ha bisogno di zuccheri, ma non dello zucchero bianco, composto quasi al 100% di saccarosio. Il puro saccarosio è elemento squilibrato, che crea disarmonia, malattia, acidità in varie parti dell’organismo umano. E vedremo come, vedremo perché.

Lo zucchero bianco può essere derivato da barbabietola da zucchero, o dalla canna da zucchero. Quanto alla barbabietola, il sugo iniziale sta nelle radici. Per quel che riguarda la canna, si trova negli interstizi fra i nodi interni. Soffermiamoci sulla barbabietola: la radice è nota dai tempi di Buddha e Confucio. In occidente veniva però utilizzata per l’allevamento di bestiame, soprattutto le foglie.

Sino al 1700, la sola fonte di dolcificazione derivava dalla canna da zucchero, diffusa nel mondo. Il suo interno sugoso concedeva l’utilizzo di una sostanza ricca di ferro, sali minerali, amminoacidi, vitamine. L’esperienza fece sì che l’essere umano, anche per la comodità di trasporto, apprendesse a seccare tale succo (detto “melassa”). Quella polvere dolce, venne chiamata “Sale Indiano”. Fu Napoleone -sempre lui ad accendere le micce- a dichiarare guerra a questo prodotto estero. Ben diverso da Marco Polo, l’Italo-Corso avviò l’embargo contro l’Oriente. Almeno, a lui si accredita una tale decisione.

Dal sugo di barbabietola (ottenuto per via naturale) si passò, grazie ad alcuni chimici ed agronomi, a lavorazioni sempre più complicate: anzitutto la lisciviazione. E’ un trattamento delle fettucce di barbabietola con acqua calda, in un ampio tubo inclinato: le fettucce, grazie ad un’elicoidale vanno verso l’alto. L’acqua calda fa uscire il sugo, che, data l’inclinazione, va raccolto in un contenitore posto alla parte bassa del tubo.

Il sugo leggero, così ottenuto, contiene minerali, amminoacidi e zuccheri, anche diversi dal saccarosio. Le fettucce, una volta esauste, arrivano in cima al tubo e ne fuoriescono per cadere in altro apposito contenitore. Segue il cosiddetto processo di defecazione del sugo leggero. E per questo vengono utilizzate ossa di animali calcinate, che eliminano vitamine, sali minerali, zuccheri e danno un inizio di colore biancastro.

Va detto che -su questo passaggio- esiste una campagna che è peggio dell’embargo napoleonico. Alcuni scienziati e giornalisti, entrambi ignoranti in materia (oppure prezzolati, facciano loro) affermano che tale processo avviene per lo zucchero di canna, ma non per quello da barbabietola. In pratica, si cambiano le carte in tavola, negando la realtà storica. Si va così proclamando che “Il succo di barbabietole viene trattato attraverso l’uso di un diffusore e miscelato con additivi per cristallizzarlo”. E questo è falso, poiché storicamente lo zucchero bianco è sempre stato trattato con ossa animali calcinate e polverizzate. Lo si studiava, lo si studia in facoltà di chimica e all’istituto di merceologia. E ne parlavo con il prof. Ciusa (Merceologia – Bologna), nonché con il prof. Martino (Agraria – Perugia, anni ’80). Ne trattammo pubblicamente con il prof. Pecchiai, in vari incontri pubblici a Bologna. E fu motivo di battaglie, assieme al dott. Mauro Montanari (agronomo e segretario delle Associazioni Erehwon e Satori in Bologna) e assieme al primario dott. Sensale.

Ma ritorniamo allo zucchero industriale (di barbabietola o di canna). Una volta trattato il prodotto con ossa macinate e calcinate, vi si insuffla anidride carbonica, per far precipitare la calce. Il liquido -in tal modo- diviene saturato, quindi pompato nelle fitopresse, per separare il succo zuccherino dai fanghi. Ulteriormente trattato con solfito di calcio (decolorante), quindi nuovamente sbiancato con acido solforoso. Si passa a condensare il liquido sin qui ottenuto, sino ad avere una sostanza sciropposa.  Riscaldato sotto vuoto, comincia il processo di cristallizzazione. Mediante centrifuga, si separano sciroppo e zucchero grezzo.    Dallo sciroppo, con procedimenti simili a quelli sin qui descritti, si può ottenere uno zucchero grezzo di seconda qualità e una melassa commercializzabile, soprattutto per produzione di alcool e sostanze alimentari per il bestiame.

In realtà, giacché anche l’industria dello zucchero di canna si è uniformata alle procedure seguite per la produzione di semolato di zucchero bianco, ne consegue che quando il cosiddetto consumatore vede zucchero cristallizzato, lo deve riconoscere come zucchero industriale ed evitarlo accuratamente. Infatti, lo zucchero bianco e cristallizzato (anche di canna) NON ESISTE IN NATURA.

Restando nel campo della dolcificazione con sostanze secche, l’unica valida, sana e naturale viene fatta con VERO ZUCCHERO DI CANNA, ottenuto solo e soltanto con il taglio longitudinale della canna e l’essiccazione del suo succo: solo essiccazione, cui segue macinazione.
Aprire la canna, far essiccare, quindi macinare e invasettare o insacchettare. Niente dannosi e costosi processi chimici, ma solamente passaggi meccanici di essiccazione naturale e di macinazione.. Solo così si è certi della  salubrità di ciò che si utilizza: vitamina B, sali minerali, amminoacidi. Insomma, un vero alimento e non un semplice dolcificante chimico. E oggi questo tipo di zucchero è noto come solidale e lo si reperisce non solo nei centri equo solidali, peraltro assai diffusi, ma anche nei supermercati.

Il messaggio è anche per il movimento Vegan: in merito allo zucchero bianco, va applicata una bussola precisa, così come certamente vorrebbe il Fondatore Vegan Donald Watson, inizialmente vegetariano fin da ragazzino e successivamente anche obiettore di coscienza. Queste due caratteristiche me lo fanno sentire molto vicino: strade parallele e consecutive. E oggi, qualcuno deve pur dire come stanno le cose.

(Negli anni ’70, il grande lavoro culturale attuato in Italia con basi a Roma (Ferro Ledvinka) e Bologna (Alois Grassani), portò a grandi cambiamenti culturali e produttivi – n.d.R.)

Dopo diverse e dannose commercializzazioni recenti sul biologico, sul vegetarianismo, la macrobiotica e il vegan, è ora di fare chiaro, nuovamente.
                                                                                                                                                                      (Continua).

Alois Walden Grassani

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