La costante erosione cinese

La costante erosione cinese

Un milione in piazza a Hong Kong. Tutti contro la proposta di legge sull’estradizione forzata di sospetti criminali in Cina. E’ una proposta che dà scarse garanzie di rispetto dei diritti umani e indipendenza del sistema giudiziario. Un corteo pacifico, ma degenerato in scontri davanti alla sede del parlamento: manganelli e spray urticanti della polizia, bottiglie incendiarie e barricate dei manifestanti.

L’imponente protesta ricalca quella del Movimento degli Ombrelli del 2014: per 79 giorni, venne presidiato il centro dell’ex colonia britannica per chiedere riforme democratiche. Ma vide la sconfitta su tutti i fronti. 

Uomini d’affari, professionisti, avvocati, studenti, tutti vestiti di bianco e con cartelli rossi. La scritta costante era ed è: “NO ALL’ESTRADIZIONE IN CINA”. Si opponevano e si oppongono a una legge, la cui approvazione è prevista per mercoledì 12 Giugno e che -sostengono- servirà per portare avanti persecuzioni politiche ad Hong Kong. I fautori della riforma, a partire dalla leader di Hong Kong Carrie Lam, dicono che non è così. Affermano che nella legge sono state introdotte clausole di salvaguardia: impediscono che chiunque “potenzialmente esposto a persecuzioni politiche o religiose, possa essere estradato nella Cina continentale”. Affermano inoltre che “saranno i tribunali di Hong Kong ad avere l’ultima parola sulle richieste di estradizione”. Ma la gente non si fida: sanno bene cosa è successo in Tibet e ricordano le promesse. «Un Paese, Due Sistemi» è quanto concordato nel vicino 1997, quando Hong Kong passò -non senza timori e perplessità- dalla Gran Bretagna alla Cina. Nell’occasione, ad Hong Kong era stato garantito il diritto di mantenere per 50 anni i propri livelli politici, sociali e legali.

Pechino però non sa resistere a se stessa. E’ un dragone che divora ed erode. Diminuiscono le capacità decisionali locali. I governanti -sotto la pressione della Cina che sta letteralmente comprando il mondo- divengono essi stessi riformatori, revisionisti, rassicuratori del popolo che però non si fida.

Pechino, come un oceano in avanzata, non si ferma: mangia i mercati, pezzi di terre e popoli. Figurarsi se può farsi sfuggire l’involtino primavera di Hong Kong. La trama è la stessa di sempre: divorare l’autonomia politica, giudiziaria, parlando di criminalità e sicurezza.

E il timore -giustificato da osservatori internazionali- è che la nuova legge possa mettere una pietra tombale proprio su quell’autonomia giudiziaria che garantisce l’esistenza di paletti nei confronti della Repubblica Popolare. L’estradizione da Hong Kong esiste, ma -guarda caso- non verso la Cina. Sì a USA e Gran Bretagna, e ad altri numerosi Paesi: la Cina è stata finora esclusa proprio a causa delle preoccupazioni in merito all’indipendenza della magistratura.

Questa legge «è la fine per Hong Kong, è una questione di vita o di morte. Per questo sono qui in piazza», ha spiegato Rocky Chang, professore di 59 anni, citato dalla Bbc. Ivan Wong, studente di 18 anni, uno del milione sceso in piazza, dice: «questa legge non ha un impatto solo sulla reputazione di Hong Kong come centro finanziario internazionale, ma anche sul nostro sistema giudiziario. E tutto questo ha delle conseguenze sul futuro di tutti». Senza difese, non c’è speranza. Ma si ritiene che il governo (c’è chi lo definisce “schiacciato”, c’è chi a denti stretti mormora “venduto”) non vorrà tornare sui suoi passi. È fatalmente a maggioranza filocinese: forse proprio questa è la pietra tombale. Forse qualche stelo di speranza sta nei movimenti per i diritti dell’umanità. Forse in quel milione di dimostranti. Le ultime notizie parlano di un rinvio della nuova normativa. D’altra parte due sono le considerazioni: la gente che si muove è molta più del 1949, i tempi della fine del Tibet. Ma è anche vero che oggi gli anestetizzati sono molti di più: preoccupazioni, confusione, comodità sono tutti contrappesi sociali di facile ricatto. E’ anche vero che -rispetto al Tibet- vi sono molti più riflettori e molti più interessi. Forse prevarranno i giochi diplomatici e la capacità cinese -dopo aver tirato la corda- di saper attendere. E -da millenni- lo sanno fare.

Alois Walden Grassani

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