Porti chiusi o frontiere aperte?

Porti chiusi o frontiere aperte?

Molti professionisti dell’economia, della sociologia, della comunicazione stanno dibattendo il tema da anni. Chi si infila negli spazi d’opinione che periodicamente si aprono, può ricevere le più diverse patenti: buonista, fascista, incompetente, lobbysta e altro.

Alcuni amici, studiosi, giornalisti mi hanno chiesto -in via privata- che cosa ne penso. Non ho commesso l’imprudenza di schierarmi: non per timore o viltà, bensì perché non credo che stia lì il seme della soluzione.
L’interrogativo -secondo me- è invece un altro: CHI tiene le fila dell’organizzazione di tutta la faccenda? La situazione è torbida e ad un certo tipo di classe affaristica fa comodo che rimanga tale. Vediamo di sezionare il tema in quattro parti. Sono tante, ma il tema è complesso.

1 – Da secoli, sul Pianeta Terra si pensa ad affermare un predominio, stabilire potere, suddividere equilibri e zone di potere. Succedeva con Gengis Khan, Alessandro Magno, gli antichi Romani. E’ successo con i vari tipi di Colonialismo, Protettorati. Si sono verificati spargimenti di sangue, stragi, veri e propri olocausti. Una delle più grandi Potenze attuali affonda le proprie radici in un oceano di sangue. 

Almeno cento milioni di pellerossa sono stati spazzati via senza pietà e senza discriminazione di età o sesso, senza processo (non c’era colpa alcuna da giudicare, ma solo ostacoli da rimuovere: ostacoli al procedere della “civiltà”). Quella “civiltà” dominante stabilì la legge del più forte: quella delle bocche di fuoco e dei cavalli di ferro. Come oggi, anche allora il più forte e il così detto “progresso” non si fermavano. Non si fermano: hanno ragione a tutti i costi e allontanano la mentalità collettiva dai sentimenti e dai principi che un tempo riguardavano valori umani invece che cardini di potere ed economia.

Rito sacrificale presso i Maya

2 – Chi si allontana dal proprio Paese per crearsene un altro, ha una marcia in più: quella del “nulla da perdere” e del “tutto da ideare, da inventare”. E non è una novità neppure il fatto che gli emigrati siano sempre stati dei diseredati in cerca di un presente, poi di un futuro. Gente a cui un pezzo di pane e un bicchiere d’acqua aprivano speranze e promesse di grande valore e spessore. Talora, spesso, addirittura galeotti, avanzi di galera hanno attraversato l’Oceano. O l’Italia stessa, trasferendo le proprie tendenze, il proprio carattere individuale e collettivo (oggi si dice “DNA”) da un luogo all’altro.
Dunque, le migrazioni sono periodica caratteristica del genere umano. Finite le risorse della propria zona, si diventava nomadici, ci si trasferiva. Oppure, i più forti partivano per procacciare cibo, pelli per la propria stirpe, per la propria tribù. Da tutto questo avremmo dovuto capire e imparare qualcosa.

3 – Forse non è importante stabilire se sia meglio aprire o chiudere le frontiere. E’ come stabilire che vogliamo innalzare un muro (e sta succedendo) di fronte ad un fenomeno di massa, un fenomeno inarrestabile, periodico, spesso invincibile. E’ invece importante capire che siamo un unico genere, quello umano, che devono alzarsi i vapori del riconoscersi umani. E’ indispensabile “sentire” fratellanza e non iniziare i calcoli di che cosa convenga ad un popolo oggi dominante, di che cosa convenga ad una territorio appetibile.
E’ anzi dannoso a tutti -vincitori e vinti, aguzzini e sopraffatti- continuare a pensare in termini di necessità di “NAZIONE GUIDA”: non funziona e non ha mai funzionato… Mongolia, Roma, Germania, America, URSS, Cina. Potenza, accumulo di armi, prevalenze commerciali, superiorità affaristica, nazionalsocialismo, industria della salute, industria bellica, industria alimentare, industria produttiva e distruttiva. E’ tempo assoluto di cambiare direzione, abbandonando questa secolare frenesia di potere e ampliamento che non guarda in faccia a niente e a nessuno. E’ tempo di apprendere la lezione, è tempo di imparare ad essere umani.

4 – Il tema non è dunque “Aprire o chiudere le frontiere”. Il tema vero è “affidare l’accoglienza a sovra-organismi i cui operatori non appartengano a mafia, malaffare, criminalità”. I centri di Accoglienza non devono essere in realtà prigioni a tempo indeterminato. Non devono essere DEL TUTTO prigioni, ma semplici e veri LUOGHI DI ACCOGLIENZA. Nessuno, assolutamente nessuno, deve avere la possibilità di lucrare su di essi e sulle migrazioni. E questo deve essere fatto, con decisione, alla radice di questo nuovo innesto! 
Francamente, non dovrebbe essere così difficile. Se non abbiamo questa capacità di visione e concretezza, allora prepariamoci a scenari ancor più apocalittici: per colpa di pochi e per il silenzio di molti, verso la fame e l’indigenza della maggioranza della popolazione del mondo.

Alois Walden Grassani

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