Etiopia: la culla dell’umanità

Questo è il nostro primo dovere nell’incontro con altri popoli,

con altre culture, con altra fede:

levarci i sandali, perché è sacro il luogo che calpestiamo.

Altrimenti potremmo schiacciare il sogno dell’altro.

Ancor più potremmo dimenticare

che Dio era già presente prima che noi arrivassimo.

A volte serve partire per poter tornare, diventare ciechi per reimparare a guardare. Partire per un lungo viaggio e andare lontano, farsi Orfeo di se stessi e raggiungere il proprio Io più profondo, per scuoterlo dal suo intorpidimento. Questo è stato il mio viaggio in Etiopia: una riscoperta del vero e profondo significato della parola umanità.

L’Etiopia è una terra antica, impregnata di storia e cultura, oggi casa di almeno 5 gruppi etnici diversi, che regala paesaggi, suoni, e odori di un’Africa intensa e vera. Il mio viaggio mi ha portata in questa terra meravigliosa durante la stagione delle piogge, nella regione di Beneshangul-Gumuz (Nord-Ovest dell’Etiopia), precisamente a Mandura, dove ho vissuto per circa un mese insieme al popolo Gumuz e ad un gruppo di volontari italiani. Il testo di una canzone dice: “In questa parte del mondo finisce la strada, comincia la vita”. Nessun’altra frase potrebbe descrivere meglio Mandura. Letteralmente.

Il villaggio di Mandura si sviluppa proprio sulla grande strada principale che attraversa tutto il Paese, e si propaga poi all’interno della savana: ai lati di questa grande strada asfaltata iniziano i campi di mais e di terra rossa, in mezzo ai quali spuntano i tetti di paglia delle capanne “Gumuzigna”.

I Gumuz sono un’etnia sudanese che per ragioni politiche si è trovata inclusa nei confini dell’Etiopia, per questo motivo soggetta a pesanti discriminazioni e ad una vera e propria segregazione razziale, geografica e politica, che li ha portati a vivere tutt’oggi in una condizione di estrema povertà.

Ed ecco la domanda: “Perché sei andata là? A fare cosa?” Una delle domande più difficili a cui abbia dovuto rispondere. Perché la risposta non è semplice, non è immediata, non è oggettiva. Non è sufficiente rispondere che siamo andati per condividere qualcosa che noi abbiamo il privilegio di possedere, un’istruzione gratuita, per fare un servizio, o semplicemente per aiutare dove c’era bisogno (dipingere la scuola materna, aiutare nella clinica del villaggio, insegnare inglese). Siamo andati per “vedere”, per “vivere”. In questo mese siamo stati al fianco dei Gumuz giorno dopo giorno, li abbiamo incontrati e vissuti ogni giorno, e grazie a questo tocco e scambio continuo, spesso solo di presenze e sguardi, abbiamo reimparato il vero valore delle cose, delle persone, del tempo. Il vero significato della parola relazione. Come ha detto Katia, giornalista di Verona con cui ho condiviso questa esperienza, la risposta a questa domanda è: siamo andati ad arare la nostra anima.

Dunque, cosa hai fatto là? Ho riscoperto l’essenzialità, il principio che “le gioie semplici sono le più belle”; che la parola “servizio” significa aggiungere vita alla vita degli altri, e che è qualcosa di intrinseco nell’uomo. Ho imparato sulla mia pelle che cosa vuol dire sentirsi “forengi”, straniero, l’unico diverso, che fa paura ai bambini perché è l’uomo bianco, “l’uomo senza pelle”, l’uomo ricco che viene solo a prendere e non a dare, che non sa ascoltare.

“Siamo arrivati in questo villaggio di domenica pomeriggio, dopo un grande temporale, per dare la possibilità anche ai bambini più piccoli e alle bambine (che non vanno a scuola ma rimangono a casa a badare i fratelli più piccoli mentre le madri lavorano i campi) di giocare e imparare insieme. In mezzo alla radura principale, la “piazza” del villaggio, c’era un nugolo di bambini che aspettava intrepido il nostro arrivo. Ma non appena i più piccoli ci hanno scorto in lontananza, un pianto disperato si è levato forte e improvviso: non avevano mai visto un bianco pima di quel momento, e adesso ne erano comparsi ben 5 tutti insieme.

A quel punto noi volontari ci siamo guardati increduli e sbigottiti, chiedendoci come poter gestire la situazione. Allora, piano piano, mi sono avvicinata al gruppo di ragazzini un po’ più grandi, mi sono tolta la giacca e ho porto loro la mano, per far vedere che non eravamo pericolosi.

Ed ecco che il più coraggioso -uno dei più piccoli- si fa avanti: mi guarda per qualche secondo, uno sguardo intenso e incuriosito, e timidamente appoggia la sua manina sulla mia. L’Incontro.

Sento la sua pelle ruvida e polverosa, vissuta. Sente la mia pelle morbida e accogliente, fresca. Mi faccio forza e con una voce un po’ tremante dico: “Deka!”.”

La parola “Deka”, che nella lingua dei Gumuz viene utilizzata in più situazioni, significa: ciao, benvenuto, grazie, pace, io ti vedo; è la parola utilizzata per il primo incontro, per ringraziarti dell’ospitalità, per ringraziarti di averti incontrato e “visto” davvero, per ringraziarti di essersi sentiti a casa con te.

Deka è la parola che racchiude tutta la mia esperienza in questo paese inaspettato e profondo, in questa Etiopia “culla dell’umanità” : terra di Lucy, dei primi uomini, casa di tanti gruppi etnici diversi, luogo di incontri di vera umanità, culla della specie umana che ti fa sentire fiero e vivo, che ti scuote fino alle fondamenta, dove chi non ha “niente” e non “vale niente” secondo i nostri parametri occidentali ti tratta da ospite, ti accoglie come uno di famiglia, anzi di più. Perchè nel non avere niente hanno tutto, e a te, l’ospite, il bianco, il “forengi”, danno tutto quello che hanno.

Ed ecco che apri finalmente gli occhi, che torni a vedere: sei partito per andare a “dare”, ma sei tornato avendo solo “preso”.

 

Ester Giamberini

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