L’europa dei popoli

L'europa dei popoli

Pochi giorni separano il 25 Aprile, il 1^ Maggio e la data delle elezioni europee che, probabilmente, ridisegneranno lo scenario politico del Vecchio Continente. Le prime due date offrono (e non solo al nostro paese) i due pilastri, le Scilla e Cariddi, i vincoli della politica del modello europeo, quello basato sul welfare state.

Da un lato, infatti, abbiamo quello che è il vero e unico collante della storia dei popoli europei del ‘900 e che spesso viene occultato, nascosto, o dimenticato, dagli stessi vittoriosi protagonisti: la lotta e il successo di decine di popoli sul Nazi-fascismo, dopo aver vissuto sottomissione e fame. Proprio quella vittoria rappresentò il vero seme delle democrazie nate dalla fine di quel disastro epocale,  rappresentato dalla Seconda guerra mondiale. Infatti, dal punto di vista culturale e religioso,  le radici presenti nel vecchio continente sono molteplici, differenziate e a volte contraddittorie. Esse racchiudono anche elementi separativi nella storia dei popoli e delle nazioni. Il cemento che  per decenni ha unito nella pace i popoli europei (si, proprio i popoli, ben prima delle nazioni: sono le popolazioni, le persone, che vengono impiegate  e muoiono  in guerra, nei campi di sterminio), è rappresentato infatti dalla lotta e dalla vittoria sul nazifascismo. Anche questo andrebbe ricordato sempre: il nazifascismo non fu solo una ideologia che basava la sua prospettiva sull’odio verso l’altro, ma rappresentò un regime dispotico e disumano, un regime contro gli insegnamenti di accoglienza e amore della religione cristiana, a cui molti neo-simpatizzanti della destra dicono di ispirarsi.

Inoltre, il nazifascismo si è basato su meccanismi di riconoscimento identitario che lascerebbero fuori dalla cerchia dei puri e garantiti, i molti che oggi si professano neo-osservanti di tale ideologia.  

Non è un caso che il papato di Francesco è messo nel mirino, proprio perché incarna una contraddizione vivente tra il messaggio di pace e accoglienza dell’altro da sé, contenuto nel Vangelo e nelle parole del Cristo, e le pratiche pseudo-religiose di matrice tradizionalistica, tipiche degli apparati istituzional-religiosi nazionali, ereditate dalla storia medioevale.

Il Nazismo e il Fascismo furono anche i regimi più corrotti della Storia umana. Nacquero sulla base della critica al disagio della crisi economica del capitalismo dell’epoca, il cosiddetto “disordine democratico”; poggiarono il loro potere sulla costruzione di una società senza nessun contrappeso sul piano politico; eliminarono, anche fisicamente, gli avversari politici, impedendo qualunque libertà di stampa e di organizzazione sociale e politica che non fosse sotto il controllo del potere. 

Chi era al comando, faceva i propri comodi senza rispondere a nessuno e senza limiti, raccontando alla gente quello che tornava utile per mantenere il potere. Chi era al comando, si arricchiva sulle spalle del popolo. Sarebbe utile raccontare alle nuove generazioni che si affacciano alla vita sociale e politica, la verità sulla natura e la corruzione di quei regimi che sono avvolti (nei racconti della propaganda neo-nazista e neo-fascista) in una falsa aura di ordine, disciplina e onore, quando invece hanno rappresentato la pagina più meschina, disumana, ingannevole e corrotta della Storia. Una pagina che portò, inoltre, non solo alla sconfitta della loro folle ideologia, ma anche alla più immane tragedia umana.

Per tale motivo, prima di queste elezioni europee, sarebbe stato necessario uno scarto democratico messo in campo dal parlamento uscente. È mancato, infatti, il lancio di una proposta politica in grado di ancorare chiaramente il futuro della dimensione europea alle radici della sua Storia. Proprio in virtù del fallimento nella scrittura della Costituzione europea, sarebbe stato utile mettere un punto saldo da cui far ripartire il processo politico dei popoli dell’Unione: la proposta dell’approvazione dell’unico “Articolo 1” della futura Costituzione Europea,  “L’Europa Unita è una Europa Anti-nazista e Anti-fascista”. Questa è la verità storica, questo è il vero e unico collante in grado di mantenerla unita. Altro che moneta o trattati economici sui deficit, debiti e quant’altro! Questo sarebbe stato l’elemento discriminante, per rimettere la Storia del nostro continente sui binari di una dialettica precisa e democratica: un riconoscimento che non avrebbe voluto oscurare le condizioni sociali e culturali che sono alla base del rinnovato vigore di formazioni neo-naziste, ma che avrebbe consentito di ribadire le salde radici della comunità che aveva sconfitto il nazifascismo, costruito le società democratiche e ancorato il dibattito politico europeo. Il nostro 25 Aprile avrebbe germogliato, donando frutti utili alla storia di tutti i popoli d’Europa.

Dall’altro lato abbiamo il Primo Maggio, la Festa dei Lavoratori. Il lavoro, infatti, ha rappresentato l’altro asse portante della società europea. La portata di diritti connessi al lavoro, che nel nostro continente sono andati ben oltre il semplice riconoscimento di un salario giusto e dignitoso, o di una tutela di diritti legati al suo svolgimento. Tali diritti sono approdati al riconoscimento del fatto che, attraverso la dignità del lavoro, si diviene cittadini a tutto tondo. Ed è proprio la rottura di questa colonna ad aver messo in discussione la solidità delle nostre società, aperto alla crisi economica e spalancato nuovamente le porte alla richiesta di “ordine e disciplina” su cui i movimenti neofascisti attecchiscono e prosperano nelle periferie del mondo.

Paradossalmente, è proprio la dimensione del lavoro, quella dei movimenti sociali nati dalla sua organizzazione collettiva, ad essere il principale assente sulla dimensione europea. È la dimensione europea dei diritti del lavoro ad essere assente, perché ancora legata alla dimensione nazionale, o addirittura territoriale. Sono aberranti le organizzazioni che vorrebbero tutelare e rappresentare l’intero mondo del lavoro: di fronte alla crisi del modello di welfare state (il generalizzato modello di tutele), rispondono con la contrattazione del “welfare aziendale”. Cioè, vogliono garantire tutele a chi è già, in qualche modo, tutelato da un contratto di lavoro. Vogliono dare ulteriori tutele che la collettività non è più in grado di garantire a tutti. Tali tutele -tra l’altro- vengono differenziate, da azienda ad azienda. Altro che logica “confederale”! Siamo alla dismissione del fronte politico del mondo del lavoro, all’inseguimento del “tesseramento di scambio”, l’analogo del “voto di scambio” già praticato nella sfera del politico da molti partiti anche della sinistra.

Proprio questo deficit “politico” sta determinando una politica europea sempre più schiacciata sulla dimensione finanziaria e monetaria. È una incapacità a rappresentare gli interessi di un mondo del lavoro europeo. È una incapacità di fare un salto di qualità della contrattazione, delle nuove tipologie del lavoro, dei suoi interessi generali, inseguendo le logiche di “dumping sociale” nella speranza di accaparrarsi il residuo lavoro umano che il ciclo economico capitalistico sta prefigurando.

Pensate a cosa sarebbero state queste elezioni europee con un vero confronto politico sulla natura storico-politica dell’Europa del secondo dopoguerra e sulla centralità nuova del mondo del lavoro per il futuro del Vecchio continente.

È per questo che la prossima scadenza elettorale europea risulta monca, afona, incapace di indicare terreni politici sui quali avanzare proposte strategiche. Per questo, molti ex elettori della sinistra, a queste elezioni ancor più che nelle precedenti, guarderanno oltre i vecchi confini partitici, o resteranno a casa. Non sono sufficienti nuove grafiche elettorali e le solite liste di nomi, in assenza di una nuova teoria politica della fase e una capacità strategica di guardare alle dinamiche politiche. E questo vale sia per la “lista aperta” del PD sia per le varie articolazioni alla sua sinistra.

Pensate alla lontananza tra le parole (e i fatti) delle varie forze della sinistra in Europa e il movimento dei giovani che chiedono un nuovo modello di sviluppo, che rompa con lo sviluppismo, in nome della salvezza del pianeta. Pensateci un momento e capirete che lo schema che ci ha accompagnato, tutti, nel ‘900 non è più in grado di farci fare un passo in avanti: i gruppi di candidati delle varie liste non rappresentano più una classe dirigente perché non sanno indicare una strada se non quella del “votatemi”.

Ci saranno forze politiche capaci di riprendere le radici profonde e rinvigorirle,  fino a far nascere nuovi getti ad una pianta europea che sembra rinsecchirsi sempre più?

Sergio Bellucci

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