Femminicidio: Frida Kahlo e la violenza sulle donne

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.

 

Alda Merini

Donna e Violenza: due parole che troppo spesso troviamo vicine, “a braccetto”, come una coppia di fatto. Ormai è quasi un’abitudine, un luogo comune, non ci scandalizza neanche più di tanto. La storia e la tradizione ci hanno insegnato questo dualismo, o meglio la sua legittimazione: basti pensare che nel sistema giuridico italiano il delitto d’onore è stato abrogato solo nel 1981. Pratiche come la mutilazione dei genitali femminili, i matrimoni di spose bambine, il commercio delle schiave del sesso, non sono miti o usanze di altre epoche e civiltà, ma realtà quotidiana del nostro mondo, delle nostre città, della nostra vita.

Spesso non ce ne accorgiamo, o non vogliamo farlo, e chiudiamo gli occhi e la mente davanti a una ragazzina nigeriana che incontriamo per strada ad un distributore di benzina alle 02:00 di notte, davanti al volto troppo truccato di un’amica, davanti all’ennesimo articolo di giornale che parla di stupro. Ma donna e violenza non sono due parole conseguenti, non sono complementari, non sono un binomio scontato. E non devono diventarlo.

Oggi, dunque, parliamo di femminicidio.

STEREOTIPO N. 1 “Le donne provocano la violenza. Solo le donne giovani ed attraenti che vestono sexy vengono violentate.”

Nadia Nunzi, 39 anni, Fermo

«Il rossetto, via. Uscire senza di lui, neanche per idea. Ha iniziato così: con i divieti. Poi sono arrivate le minacce, alla fine i pugni: sulle porte, sul tavolo. Quando mi colpisce in testa, sento che è troppo. Voglio lasciarlo, fuggire da quei tre anni di convivenza: io, lui e la violenza psicologica. È dura, però: sono di sua proprietà, dove vado, mi dice. Vuole pure un figlio perché la violenza sessuale arriva nelle vesti di un desiderio. Pensare che quando l’ho conosciuto, a 27 anni, mi sentivo fortunata. Io lavoravo in un locale, lui entra e mi seduce. Poche parole, tanti sorrisi. Mi sento stordita, ma mi sembra amore, uno di quelli che capita solo una volta nella vita. E invece no: l’amore era il mio, il suo era un bel mix di finzione e manipolazione. Premure eccessive. Complimenti a effetto. Di me voleva sapere tutto, di lui non sapevo nulla. Dopo pochi mesi di frequentazione idilliaca in cui non mi rendo conto, lui freme per andare a convivere: io no, se non vado però mi sento in colpa. In casa, la magia di un tempo si trasforma in offesa. Il mio sorriso è provocazione. Gli amici e i parenti un intralcio. Ho accanto un despota che vuole annullarmi, da cui la mia famiglia riesce però a salvarmi. Lo denuncio, realizzo che la violenza non arriva da un giorno all’altro nelle nostre vite, e la scrittura diventa la mia prima terapia. Oggi ho 39 anni e per scrivere non uso più pseudonimi. Chissà se la mia esperienza servirà ad altre: il coraggio è roba contagiosa».

STEREOTIPO N. 2Sono fatti privati in cui io non mi posso immischiare. Le vere vittime di violenza denunciano l’aggressore.” 

Marica (nome di fantasia), 35 anni, Borgo Vecchio (Palermo)

«Tu ci puoi vivere nell’inferno. Anzi per mia mamma dovevo restarci, finché almeno le bimbe crescevano. Poi invece un giorno accade qualcosa e l’inferno non ha più un posto per te. Nel mio, c’era di tutto: gelosia folle, lividi sulle braccia perché tanto in inverno non si vedono, sedie prese a calci, sguardi di terrore, suoceri contro la mia “lingua lunga”, soldi usati per bere e giocare. C’era pure Giada, la nostra prima figlia: appena nata, mio marito perde le staffe per nulla, mi stringe il collo e mi trascina sul balcone per buttarmi giù. Dopo qualche anno, arrivano Esther e le nuove minacce: guarda che te le tolgo, te le uccido nel sonno, mi dice. Così la notte io mi chiudo a chiave con loro in camera da letto e l’inferno non conosce tregua: neanche nel sonno. Una sera però ho un pensiero lucido: se non le salvo ora, queste bambine non le salvo più. 

Esco, le lascio dai miei, mostro i lividi in guardia medica e lo denuncio: avrò sbagliato qualcosa quella sera, se ancora dopo quattro anni ho ottenuto solo la separazione provvisoria e lui è stato assolto dalla condanna. Nel frattempo, il mio ex dice in giro che sono una pazza che picchiava le figlie. Ma io vado avanti, ho una casa mia e sto facendo un tirocinio. Ho anche un sogno, ma appartiene alle bimbe: si chiama serenità».

STEREOTIPO N. 3La violenza domestica non dispiace alle donne, altrimenti se ne andrebbero. Le donne si cercano uomini che le maltrattino. Lo stupro è un modo aggressivo di vivere la sessualità che alcune donne trovano addirittura eccitante e particolarmente virile.”

Giulia (nome di fantasia), 27 anni, Prenestino (Roma)

«Immaginate un papà che vieta alla mamma di allattare e magari chiude la figlia, sola, in camera perché lui vuole dalla mamma “attenzioni”: la bimba strilla disperata, la mamma ha fatto un cesareo e non riesce a camminare… Non so se l’immaginazione serva, però la mia realtà è stata questa. Mi sono laureata in Scienze motorie, avevo 25 anni, una vita attiva e tanti amici. Quando lo conosco in palestra, lui ne ha 38 ed è bello. Stiamo insieme da 15 giorni, ma lui vuol subito darmi le chiavi di casa, regalarmi una macchina e aprirmi un conto. Resto incinta perché lo volevamo e ci sposiamo. A casa sua però manca tutto, pure le porte, e anche se la mia famiglia, oltre alle nozze, paga l’arredo scelto da me, io sto male lì. Lui non c’è mai, nel quartiere non c’è nulla, pranzo da mia mamma per non impazzire e lui mi chiama anche lì. Lo fa dalla mattina alla sera, è ossessionato che lo tradisca, mi alza le mani quando vede una emoticon sotto una foto sui social e poi spacca il primo di tanti miei cellulari. Mi aggredisce se spendo soldi per comprare la pasta perché a lui non piace. Per fortuna mi ammalo durante la gravidanza e mi ricoverano: in ospedale mi sento protetta. Quando nasce Nadia, viene a vederla la sera tardi. Un medico dell’ospedale San Giovanni Battista mi mette in contatto con lo Spazio Donna di San Basilio: mi aiutano ad andare via, mi ascoltano, mi trovano lavoro in un negozio. La strada è lunga. Non riesco a guardarmi allo specchio, non mi riconosco. Se esco con Nadia voglio con me mamma o papà. Il fatto è che quando la violenza è lontana, resta il freddo, la paura. A volte però anche la speranza, ed è come respirare».

 

Ester Giamberini

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